Il cambiamento climatico è già un fattore di rischio professionale
Gli effetti dei cambiamenti climatici stanno assumendo un peso crescente anche nell’ambito della salute e sicurezza sul lavoro. Temperature estreme, esposizione intensa al sole, peggioramento della qualità dell’aria ed eventi meteorologici estremi possono infatti incidere sulle condizioni nelle quali le persone svolgono la propria attività, aumentando il rischio di infortuni e di conseguenze negative per la salute.
Il nuovo documento di riflessione dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA), pubblicato il 18 settembre 2026, esamina proprio la distribuzione di questi rischi tra i diversi settori e gruppi professionali europei. L’analisi si basa sulla letteratura scientifica disponibile e sui dati dell’indagine OSH Pulse 2025, che ha coinvolto circa 28.000 lavoratori in 30 Paesi europei.
Secondo i dati raccolti, il 33% dei lavoratori dell’Unione europea dichiara di essere esposto sul lavoro ad almeno un fattore di rischio collegato ai cambiamenti climatici. Il più frequentemente segnalato è il caldo estremo, indicato dal 20% degli intervistati, seguito dai problemi legati alla qualità dell’aria, come polveri, fumo e pollini, segnalati dal 19%. L’esposizione intensa al sole riguarda il 12% dei lavoratori, mentre il 9% segnala eventi meteorologici estremi, tra cui alluvioni, incendi boschivi e siccità.
Caldo estremo e rischio di infortunio
Tra i rischi analizzati, l’esposizione alle alte temperature assume particolare rilevanza. Le ricerche considerate dall’EU-OSHA evidenziano una relazione tra temperature estreme e aumento degli infortuni sul lavoro.
Una meta-analisi che ha riunito i risultati di 22 studi condotti in sei Paesi ha stimato un incremento dell’1% del rischio di infortunio professionale per ogni aumento di un grado Celsius rispetto ai valori di riferimento, mentre durante le ondate di calore l’aumento stimato raggiunge il 17,4%. Gli studi condotti in Italia e Spagna mostrano a loro volta un aumento del rischio di infortunio associato alle temperature estreme.
Il problema riguarda in particolare le attività che richiedono uno sforzo fisico significativo e quelle svolte all’aperto. Il calore può infatti incidere sia direttamente sulle condizioni fisiche dei lavoratori sia sulla capacità di svolgere in sicurezza attività che richiedono attenzione, coordinazione e impegno fisico.
Agricoltura, silvicoltura e pesca tra i settori più esposti
L’esposizione ai rischi climatici varia sensibilmente in funzione del settore e del tipo di occupazione.
Dall’analisi dell’EU-OSHA emerge che i lavoratori dei comparti agricoltura, silvicoltura e pesca presentano le probabilità più elevate di esposizione al caldo, alla radiazione solare, ai problemi di qualità dell’aria e agli eventi meteorologici estremi. Anche i lavoratori che svolgono attività all’aperto risultano sistematicamente più esposti rispetto a quelli che lavorano prevalentemente in ambienti interni.
Le differenze riguardano anche il tipo di mansione. Gli addetti agricoli presentano livelli particolarmente elevati di esposizione a diversi fattori climatici, mentre i lavoratori manuali, qualificati, semiqualificati e non qualificati risultano generalmente più esposti rispetto alle categorie amministrative e impiegatizie.
Il rapporto sottolinea tuttavia che il rischio non riguarda esclusivamente chi lavora all’esterno. Settori come logistica, trasformazione alimentare e manifattura sono stati studiati meno rispetto ad agricoltura ed edilizia, ma possono presentare condizioni termiche non ottimali e forme di esposizione al calore anche all’interno degli ambienti di lavoro.
Le disuguaglianze riguardano anche le caratteristiche dei lavoratori
Uno degli aspetti centrali del rapporto è proprio l’analisi delle differenze tra gruppi di lavoratori.
Per quanto riguarda il genere, gli studi disponibili non restituiscono un quadro uniforme: alcune ricerche hanno rilevato una maggiore esposizione degli uomini al calore, mentre altre hanno evidenziato una maggiore sensibilità delle lavoratrici alle alte temperature. Secondo l’EU-OSHA, parte delle differenze potrebbe essere collegata anche alla diversa distribuzione di uomini e donne nei settori e nelle mansioni.
Anche lo status migratorio rappresenta una dimensione rilevante. Nel complesso, le differenze nell’esposizione ai fattori climatici risultano contenute, ma i lavoratori migranti presentano una probabilità più elevata di riportare malattie legate al caldo e scottature solari. L’indagine evidenzia inoltre una minore probabilità di ricevere formazione sui rischi climatici rispetto ai lavoratori non migranti.
L’età costituisce un altro elemento da considerare. Alcuni studi indicano un rischio maggiore di infortunio associato al caldo tra i lavoratori più giovani, mentre i lavoratori più anziani possono presentare una maggiore vulnerabilità agli effetti delle temperature estreme, anche in relazione alle caratteristiche delle mansioni e alle condizioni individuali.
Prevenzione: presenti alcune misure, ma formazione e consultazione restano limitate
L’analisi evidenzia anche differenze nella disponibilità delle misure di prevenzione.
Nel complesso, il 58% dei lavoratori dichiara di avere accesso a misure organizzative, come orari flessibili, pause aggiuntive o rotazione delle mansioni, mentre il 54% riferisce la presenza di misure tecniche, tra cui sistemi di raffrescamento o dispositivi di protezione individuale adattati alle condizioni climatiche. Tuttavia, soltanto il 30% dichiara di aver ricevuto informazioni o formazione sulla gestione dei rischi legati ai cambiamenti climatici e appena il 25% afferma di essere stato consultato sui problemi di salute e sicurezza connessi al cambiamento climatico.
Questi dati assumono particolare rilievo considerando che le misure preventive non risultano necessariamente distribuite in funzione del livello di esposizione. Il rapporto evidenzia infatti la necessità di combinare monitoraggio delle condizioni ambientali, misure organizzative, soluzioni tecniche e formazione dei lavoratori.
Tra gli interventi indicati figurano la programmazione delle attività più pesanti nelle ore meno calde, la disponibilità di aree ombreggiate per le pause, un’adeguata idratazione, sistemi di allerta per il rischio da calore e formazione specifica sui rischi e sui processi di acclimatazione.
Un rischio destinato a interessare un numero crescente di lavoratori
La distribuzione geografica dei rischi mostra attualmente una maggiore esposizione al caldo nell’Europa meridionale. Nell’indagine OSH Pulse, la percentuale di lavoratori che segnala esposizione al calore estremo varia, ad esempio, dal 6,6% della Norvegia al 34% della Grecia. Il rapporto sottolinea tuttavia che le proiezioni climatiche indicano una progressiva estensione dello stress termico occupazionale anche verso le regioni dell’Europa centrale e settentrionale.
Per questo motivo, l’adattamento dei luoghi di lavoro ai cambiamenti climatici diventa una componente sempre più importante della prevenzione. L’analisi dell’EU-OSHA mostra inoltre che non è sufficiente considerare il rischio climatico in termini generali: esposizione, vulnerabilità e possibilità di accedere alle misure preventive possono cambiare in modo significativo in funzione del settore, della mansione e delle condizioni occupazionali.
La valutazione dei rischi dovrà quindi tenere conto delle caratteristiche concrete delle attività e dei diversi fattori che possono determinare una maggiore esposizione, affinché le misure di prevenzione siano adeguate alle condizioni effettive di lavoro.
Fonte: Eu-Osha


