
Il 7 ottobre si è celebrata la Giornata mondiale per il lavoro dignitoso 2026. Per l’occasione, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di lavoro e giustizia sociale, ha pubblicato una riflessione su come le trasformazioni demografiche, digitali ed ecologiche stiano ridisegnando il mondo del lavoro. Il giorno successivo, l’8 ottobre, ha organizzato un seminario online dedicato a un ambito in cui queste trasformazioni si intrecciano in modo particolare: l’economia della cura e il ruolo dei lavoratori e delle lavoratrici migranti.
Che cosa si intende per lavoro dignitoso
Per l’OIL il lavoro non coincide con il semplice fatto di avere un impiego. Un lavoro dignitoso garantisce un reddito adeguato, condizioni di sicurezza, diritti e protezione sociale. Offre anche la possibilità di mettere a frutto le proprie competenze e di partecipare alle scelte che riguardano la propria vita professionale.
Il riferimento storico è la Dichiarazione di Filadelfia del 1944, adottata mentre si preparava la ricostruzione del dopoguerra. Il testo afferma due principi che l’Organizzazione considera ancora attuali: il lavoro non è una merce, e una pace duratura è possibile solo se si fonda sulla giustizia sociale.
Su questa base l’OIL lega tra loro crescita sostenibile, condizioni di lavoro dignitose e pace sociale. Dentro questa cornice rientrano i temi che incidono di più sulla vita quotidiana di chi lavora: salari e potere d’acquisto, qualità dell’occupazione, orari, parità di genere, salute e sicurezza sul lavoro, protezione sociale, contrattazione collettiva e dialogo sociale.
Tre transizioni già in corso
A queste questioni si aggiungono tre grandi trasformazioni: quella demografica, quella digitale e quella ecologica. Secondo l’OIL non ha più senso chiedersi se avverranno, perché sono già in atto. Il punto è come governarle, in modo che producano occupazione di qualità e progresso sociale invece di nuove disuguaglianze.
Demografia: un lavoro sostenibile per tutta la carriera
La popolazione invecchia, i giovani che entrano nel mercato del lavoro sono meno numerosi e le generazioni più ampie stanno andando in pensione. Il risultato è una forza lavoro diversa per quantità e composizione.
Anche se la natalità tornasse a crescere, l’effetto sul mercato del lavoro si vedrebbe solo dopo molti anni. Per questo l’OIL invita a intervenire subito, migliorando le condizioni che rendono il lavoro attrattivo e sostenibile nel tempo. Le leve indicate sono:
- investire nella qualità del lavoro, nelle competenze e nella produttività;
- aumentare la partecipazione al mercato del lavoro;
- permettere ai lavoratori più anziani di continuare a lavorare in condizioni di sicurezza;
- adottare forme di organizzazione che concilino lavoro, responsabilità di cura e vita privata;
- prevedere, dove serve, percorsi graduali di uscita dal lavoro.
Infine, mobilità e migrazioni devono essere gestite in modo equo, ordinato e rispettoso dei diritti. Possono così contribuire a coprire la domanda di lavoratori e competenze senza creare nuove fragilità.
Il caso dell’economia della cura
Il settore della cura è quello in cui la pressione demografica si fa sentire di più. L’invecchiamento, il calo della fecondità e i cambiamenti nelle strutture familiari stanno facendo crescere rapidamente il bisogno di:
- assistenza a lungo termine;
- servizi per l’infanzia;
- servizi di supporto alla persona.
Il settore però soffre di carenze di personale strutturali. L’OIL le attribuisce soprattutto a tre fattori: la scarsa valorizzazione del lavoro di cura, investimenti pubblici insufficienti e condizioni di lavoro spesso precarie.
In questo contesto i lavoratori e le lavoratrici migranti sono diventati essenziali. A livello globale, una lavoratrice migrante occupata su tre lavora nella cura. Le tutele, però, non sono sempre all’altezza. Chi migra per lavorare nella cura spesso:
- ha una protezione sociale e del lavoro insufficiente;
- fatica a farsi riconoscere le competenze;
- subisce forme di discriminazione.
Anche i sistemi di reclutamento e impiego sono spesso frammentati e poco adatti a una domanda in crescita. Con l’aumento delle carenze cresce la competizione tra Paesi per attrarre personale, e cambiano di conseguenza le dinamiche delle migrazioni per lavoro.
Questi sono stati i temi del webinar dell’8 ottobre, il primo della serie Care in Motion. L’incontro si è concentrato in particolare sull’assistenza a lungo termine e sul confronto tra esperienze regionali e nazionali e buone pratiche emergenti. Sono intervenute:
- Shahra Razavi, direttrice del Dipartimento Protezione sociale dell’OIL;
- Flaviana Teodosiu, responsabile del team sull’assistenza a lungo termine della DG Occupazione della Commissione europea;
- Rebecca Napier-Moore, dell’Ufficio regionale dell’OIL per l’Asia e il Pacifico.
L’evento è stato organizzato con il Centro internazionale di formazione dell’OIL (CIF-OIL) e con il sostegno del progetto Fair Recruitment Forward, finanziato dall’agenzia tedesca per la cooperazione internazionale GIZ. L’iniziativa Care in Motion combina ricerca, assistenza tecnica e sensibilizzazione. L’obiettivo è costruire percorsi migratori per i lavoratori della cura che rispondano ai bisogni del mercato del lavoro, tutelino i diritti e rafforzino i sistemi nazionali di assistenza. Si basa sulla Risoluzione dell’OIL sul lavoro dignitoso e l’economia della cura e sull’agenda dell’Organizzazione per una migrazione equa.
Intelligenza artificiale: governare la tecnologia, non subirla
La seconda transizione riguarda la digitalizzazione, e in particolare l’intelligenza artificiale. L’IA è già presente nei luoghi di lavoro: sistemi algoritmici vengono usati per selezionare il personale, organizzare i turni, assegnare le attività e valutare le prestazioni. Allo stesso tempo stanno cambiando professioni, competenze richieste e processi produttivi.
Per l’OIL non basta chiedersi che cosa la tecnologia permetta di fare. Bisogna chiedersi anche:
- chi prende le decisioni;
- su quali dati e con quali obiettivi;
- con quali garanzie di trasparenza, controllo e possibilità di contestazione.
L’approccio deve restare centrato sulla persona, con un controllo umano effettivo sulle decisioni che riguardano la vita lavorativa.
Secondo l’Organizzazione è il momento di passare dal dibattito sull’opportunità di regolare l’IA alle misure concrete per farlo. Il primo passo è verificare se le regole e le istituzioni del lavoro siano adeguate alle nuove tecnologie, individuare le lacune e capire quali aspetti possano essere affrontati attraverso il dialogo sociale e la contrattazione collettiva.
C’è poi una questione di equità. I costi dell’adattamento non possono ricadere solo sui lavoratori o sulle imprese più esposte, in particolare le piccole. Anche i guadagni di produttività dovrebbero tradursi in progresso sociale. La contrattazione collettiva può stabilire come farlo, per esempio attraverso:
- condizioni di lavoro migliori;
- salari più alti;
- più formazione;
- maggiore autonomia professionale;
- nuove forme di organizzazione e riduzione dell’orario.
Una transizione ecologica che sia anche giusta
Anche il passaggio verso un’economia ambientalmente sostenibile pone un problema di equità. Può generare nuove attività e professioni, ma costi e benefici non si distribuiranno da soli in modo uniforme. Alcuni settori, territori, imprese e gruppi di lavoratori saranno più colpiti di altri.
Per questo l’OIL parla di transizione giusta: una trasformazione che crei lavoro dignitoso e accompagni persone e imprese nel cambiamento. Gli strumenti indicati sono:
- politiche attive del lavoro;
- formazione continua e riqualificazione;
- protezione sociale;
- sostegno alla riconversione delle imprese.
È altrettanto importante che le parti sociali partecipino alla definizione e all’attuazione di queste politiche.
Il dialogo sociale come metodo
Le tre transizioni hanno un punto in comune: non si possono governare senza coinvolgere chi il lavoro lo organizza e lo svolge ogni giorno. Governi, organizzazioni dei datori di lavoro e sindacati devono poter contribuire alle risposte attraverso istituzioni di dialogo sociale solide, la contrattazione collettiva nazionale e le relazioni industriali in azienda.
L’OIL precisa che il dialogo sociale non si riduce a una consultazione. Richiede la volontà di cercare il consenso e, quando serve, di mediare tra interessi diversi per arrivare a soluzioni condivise. È un metodo che diventa ancora più importante nei periodi di incertezza. Un nuovo patto sociale tra le tre componenti del mondo del lavoro permetterebbe di anticipare i cambiamenti invece di inseguirli, distribuendo in modo più equo opportunità, benefici e costi.
Le scelte di oggi decidono il lavoro di domani
Il messaggio della Giornata mondiale è che il futuro del lavoro dipende dalle decisioni prese adesso. Mettere le persone al centro significa far procedere insieme innovazione, produttività, diritti e giustizia sociale, senza lasciare indietro nessuno.
Per l’OIL il lavoro dignitoso non è solo uno degli obiettivi delle trasformazioni in corso. È la condizione perché queste trasformazioni siano socialmente sostenibili e portino a società più eque, inclusive e pacifiche.
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