Il burnout: un fenomeno occupazionale

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Una sindrome concettualizzata come il risultato di stress cronico sul posto di lavoro che non è stato gestito con successo. È caratterizzato da tre dimensioni: sensazione di esaurimento o spossatezza energetica; aumento della distanza mentale dal proprio lavoro, o sentimenti di negativismo o cinismo legati al proprio impiego; senso di inefficacia e mancanza di realizzazione. Il burnout si riferisce specificamente a fenomeni che si verificano nel contesto occupazionale e non dovrebbe essere applicato per descrivere esperienze in altre aree della vita.[1]

Questa la definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità che ha incluso la definizione di burnout nella Classificazione internazionale delle malattie (ICD-11). Il Dipartimento di medicina epidemiologia igiene del lavoro e ambientale dell’INAIL ha pubblicato lo scorso mese sul tema il fact sheet Il burnout: un fenomeno occupazionale [2] che descrive il fenomeno, le sue origini, i fattori di rischio psicosociale connessi al burnout, i sintomi, gli strumenti di valutazione e le strategie di prevenzione.

Il burnout in Italia

Diffusione Generale: un rapporto Censis-Eudaimon del febbraio 2025 indicava che circa il 31,8% dei lavoratori dipendenti ha provato sensazioni di esaurimento o distacco dal lavoro, riconducibili a forme di burnout.

Impatto sui Giovani: la percentuale sale al 47,7% tra i dipendenti più giovani (18-34 anni).

Settori a Rischio: quasi la metà dei professionisti sanitari italiani (il 49,6% del campione di oltre 2000 operatori) si dichiara affetto da burnout. La percentuale è più alta tra i medici (52%) rispetto agli infermieri (45%). I dati evidenziano anche che il burnout colpisce maggiormente le donne rispetto agli uomini e aumenta con l’avanzare dell’età.[3]

Problemi di Salute: il 73,0% dei dipendenti ha vissuto situazioni di stress o ansia legate al lavoro.

Ricorso a Supporto: il 36,7% dei dipendenti ha fatto ricorso a uno psicologo o al counseling a causa di problemi legati al lavoro.

Stress e burnout in Europa

Nell’ambito della Giornata mondiale della salute mentale è emerso che il 29 % dei lavoratori dell’Unione europea soffre di stress, depressione o ansia.

In occasione di questa Giornata mondiale della salute mentale, sono stati resi noti i risultati dell’ultima indagine OSH Pulse 2025 che rivela rischi diffusi per la salute psicosociale e il benessere sul luogo di lavoro.

I risultati mostrano che oltre il 40 % dei lavoratori riferisce di essere sottoposto a forti pressioni in termini di tempo, uno su tre ritiene che i propri sforzi passino inosservati e quasi il 30 % lamenta una comunicazione o una cooperazione inadeguate.

Secondo l’Agenzia europea per la salute e sicurezza “Non esiste sicurezza sul lavoro senza una buona salute mentale. Ecco perché il tema della prossima campagna «Ambienti di lavoro sani e sicuri 2026-2028» sarà «Insieme per la salute mentale sul lavoro».

Il fenomeno – è noto – secondo un’iniziale identificazione dei fattori di rischio veniva prevalentemente attribuito a un sovraccarico emozionale e per questo presente in particolare tra i lavoratori della sanità e del lavoro di cura per il loro impegno nella relazione, successivamente l’attenzione dei ricercatori si è estesa alle caratteristiche organizzative degli ambienti di lavoro.

La fact sheet dell’INAIL individua sette fondamentali fattori di rischio:

  1. sovraccarico di lavoro
  2. lavoro emotivo
  3. mancanza di autonomia e influenza sul lavoro
  4. ambiguità e conflitto di ruolo
  5. leadership inadeguata
  6. mancanza di supporto sociale
  7. orario di lavoro.

Il fenomeno, va sottolineato, quando si manifesta non ha solo effetti individuali ma significative ricadute sul lavoro e sulle aziende.

I costi sociali
  • Stress e burnout costano alle aziende italiane 88,5 miliardi di euro[4].
  • Secondo il World Economic Forum e la Harvard School of PublicHealth il costo derivato da condizioni di stress o carente salute mentale potrebbe salire a 6.000 miliardi di dollari entro il 2030 a livello globale facendo registrare un +3.500 miliardi di dollari rispetto al 2010.
  • Se facciamo un focus sull’Europa, uno studio condotto dall’Agenzia Europea per la Salute e la Sicurezza sul lavoro ci dice che un lavoratore su quattro è colpito da sintomi di burnout e che la perdita di produttività dovuta ad assenteismo per motivi legati alla propria salute mentale è di circa 136 miliardi di euro.[5]

La fact sheet Il bornout: un fenomeno occupazionale fornisce anche indicazioni pratiche in merito agli strumenti di valutazione del rischio indicandone quattro tra i molti disponibili. Mentre le azioni di prevenzione suggerite sono distribuite nell’ambito della prevenzione primaria secondaria e terziaria, da sviluppare tenendo conto delle condizioni/caratteristiche dei soggetti cui sono rivolte[6].

Prevenzione primaria: mira a ridurre o eliminare i fattori di rischio organizzativi per prevenire il burnout. Interventi di questo tipo si focalizzano sulle cause dello stress lavoro-correlato e pertanto, puntano a migliorare aspetti organizzativi quali lo stile di leadership, il supporto sociale, il carico di lavoro e le relazioni interpersonali in termini di collaborazione e rispetto reciproco.

Prevenzione secondaria: Si attua alla comparsa dei primi sintomi, concentrandosi sui lavoratori già colpiti, migliorando la loro capacità di affrontare lo stress. Tali interventi si focalizzano sugli individui, favorendo cambiamenti negli atteggiamenti

e potenziando le risorse, gli stili di coping e le capacità di gestione dello stress.

Prevenzione terziaria. Rivolta ai lavoratori che mostrano una situazione di disagio lavorativo conclamata, con ricadute evidenti sulla salute psicofisica. Si tratta di interventi di cura e riabilitazione volti a ridurre i danni e a ripristinare l’equilibrio

psicofisico del lavoratore. 

La fact sheet dell’INAIL tralascia invece completamente il tema del nesso tra digitalizzazione e rischi psicosociali, tra cui il burnout, tema che emerge da altri documenti e ricerche condotte dall’Istituto[7] in cui chiaramente tale nesso si evidenzia:

La capacità di ridurre i rischi e ottimizzare le opportunità dipende da come le tecnologie vengono applicate, gestite e regolamentate nel contesto delle tendenze sociali, politiche ed economiche. Se da un lato alcune tecnologie risultano progettate per migliorare la Ssl e ridurre i rischi, come ad esempio gli esoscheletri che riducono il carico nelle attività ripetitive o i dispositivi indossabili che monitorano i fattori di rischio, dall’altro emergono nuovi rischi (come da evidenze del progetto Tradars) ,in particolare di natura psicosociale ed organizzativa, che richiedono un’attenta valutazione per garantire una trasformazione sicura e attenta al benessere dei lavoratori.


NOTE

[1] Who. International Classification of Diseases 11th Revision

[2] Il burnout: un fenomeno occupazionale, INAIL – Dimeila, ottobre 2025

[3] Fonte: Indagine FADOI (Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti) del 2023.

[4] Fonte: Indagine condotta dalla piattaforma di terapia online Unobravo

[5] Da Tutto welfare.

[6] Il burnout: un fenomeno occupazionale, INAIL – Dimeila , ottobre 2025

[7] Le nuove competenze e le soft skill nell’era digitale, INAIL settembre 2025.

https://www.repertoriosalute.it/?s=LE+NUOVE+COMPETENZE+E+LE+SOFT+SKILL+NELL%E2%80%99ERA+DIGITAL

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