fonte: INAIL
Nei laboratori di anatomia patologica, la formaldeide è una presenza quotidiana. Utilizzata da decenni come fissativo tissutale, è uno strumento indispensabile per la conservazione e l’analisi dei campioni biologici. Ma è anche una sostanza chimica classificata tra le più pericolose in ambito lavorativo. Per fare chiarezza sulle misure di tutela disponibili e sugli obblighi che gravano sui datori di lavoro, il Dipartimento di medicina, epidemiologia, igiene del lavoro e ambientale (DIMEILA) dell’INAIL ha pubblicato un nuovo fact sheet dedicato alla gestione del rischio da esposizione a formaldeide in questi ambienti.
Una sostanza pericolosa, anche in soluzione diluita
La formaldeide è classificata a livello europeo come cancerogeno di categoria 1B e dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) come cancerogeno certo per l’uomo (Gruppo 1). Si tratta di una valutazione che non ammette margini di interpretazione: l’esposizione professionale a questa sostanza comporta un rischio reale e documentato di sviluppare tumori.
Nei laboratori di anatomia patologica viene comunemente impiegata sotto forma di formalina tamponata neutra, in soluzioni al 4% o al 10%. La diluizione potrebbe far pensare a un rischio ridotto, ma non è così: anche in queste concentrazioni la sostanza mantiene la propria classificazione di cancerogenicità 1B, oltre a proprietà mutagene, tossiche per inalazione e sensibilizzanti per la cute. Le fasi operative che espongono maggiormente i lavoratori — dalla manipolazione dei campioni all’apertura dei contenitori — sono dettagliate nel documento INAIL con esempi pratici.
La gerarchia della prevenzione: prima eliminare, poi ridurre
Il fatto sheet richiama con chiarezza la gerarchia delle misure di prevenzione prevista dal Decreto Legislativo 81/2008, che impone al datore di lavoro di affrontare il rischio chimico partendo dall’intervento più radicale: l’eliminazione dell’agente pericoloso. Laddove tecnicamente possibile, la formaldeide dovrebbe essere sostituita con alternative meno pericolose, come fissativi alcolici, idroalcolici o a base di gliossale.
Quando la sostituzione non è praticabile, entrano in gioco le misure tecniche: l’utilizzo di processi a ciclo chiuso, sistemi di aspirazione localizzata, ventilazione generale adeguata e, ove possibile, l’automazione delle operazioni più critiche. A queste si affiancano interventi di tipo organizzativo e procedurale: ridurre il numero di lavoratori esposti, definire procedure operative standardizzate e garantire una formazione specifica e aggiornata.
Solo in ultima istanza, quando permane un rischio residuo non eliminabile con gli altri interventi, si ricorre ai dispositivi di protezione individuale (DPI), scelti in base alla natura e all’entità del rischio residuo.
Perché la prevenzione primaria è la risposta più efficace
L’approccio della prevenzione primaria non è solo un obbligo normativo: è la strategia più efficace per tutelare concretamente la salute di chi lavora ogni giorno a contatto con sostanze cancerogene. Agire sulla fonte del rischio — eliminandola o riducendola prima che raggiunga il lavoratore — è sempre preferibile rispetto a qualsiasi misura di protezione individuale, per quanto necessaria in certi contesti.
Il fact sheet dell’INAIL offre ai datori di lavoro e ai responsabili della sicurezza un quadro aggiornato e operativo delle misure disponibili, utile sia nella fase di valutazione del rischio che in quella di pianificazione degli interventi. Un documento tecnico, ma con un obiettivo molto concreto: ridurre l’esposizione professionale a formaldeide e proteggere la salute di chi opera in questi ambienti specializzati.

