
È il momento di fare i conti con le conseguenze di decenni di austerità.
Oggi stiamo toccando il fondo, e lo stanno facendo non solo i cittadini dell’UE che sempre più spesso si trovano a dover cercare soluzioni alternative al settore pubblico per i servizi, ma anche i lavoratori che si trovano a lavorare più ore per gli stessi salari in ambienti insalubri, non sicuri o sovraffollati.
Il 23 giugno è stata la giornata dei servizi pubblici (Giornata delle Nazioni Unite per il Servizio Pubblico), quegli stessi servizi che, stando alla politica europea, sono il grande vanto dell’Unione e il peggior peso per le casse pubbliche: una cosiddetta emergenza economica che costringe gli stati a spendere miliardi di euro.
I lavoratori che garantiscono il funzionamento di questi servizi sanno cosa comporti concretamente questa emergenza: posti vacanti non coperti, carichi di lavoro più pesanti, condizioni lavorative in deterioramento, burnout e violenza. Per le comunità, ciò si traduce in tempi di attesa più lunghi, servizi a corto di personale, ritardi negli interventi di emergenza, scuole trascurate e trasporti pubblici inaffidabili. L’Europa sta indebolendo proprio quei sistemi di cui ha bisogno per affrontare le sfide future.
Così parla un articolo pubblicato sul The Brussels Times dai rappresentanti sindacali belgi ed europei.
L’idea è quella di ribadire che i servizi pubblici sono infrastrutture e non spese, e che il loro sottofinanziamento ha significato condizioni di lavoro peggiori direttamente ed indirettamente. Mezzi pubblici peggiori, meno sicuri, non si traducono solo in un servizio di inferiore qualità ma anche in un posto di lavoro meno sicuro per chi li guida.
La questione dei servizi pubblici è stata troppo spesso vista come un peso per gli stati che hanno scelto sempre di più la strada della privatizzazione. Dopo decenni di politiche di privatizzazione oggi possiamo tirare le somme e i risultati sono un disastro. Dopo la fine della pandemia in Europa gli stati sono costretti a salvare imprese che hanno usato i servizi fondamentali come investimenti finanziari e che invece hanno distrutto la qualità dei servizi obbligando le stituzioni a intervenire con i soldi pubblici per salvare imprese che, in primo luogo, non avrebbero mai dovuto gestire servizi centrali per la salute e la sicurezza di milioni di cittadini europei.
Se la questione è che non ci sono i soldi per sostenere il servizio pubblico, allora ci sentiamo di unirci ai lavoratori che il 18 giugno si sono ritrovati a Madrid, da tutta Europa, per chiedere al governo dell’UE come è possibile che la spesa militare continui ad essere la priorità di fronte ad una crisi dei servizi. Crisi tale che ben presto ci vedrà erodere anche le ultime forme di stato sociale che anni di lotta sindacale avevano conquistato.
I servizi publici sono un tema di sicurezza, essere certi che il treno arriverà in orario per andare in ufficio, poter insegnare con una cattedra nella propria città di origine e non essere obligati a viaggiare per ore la mattina per raggiungrere una scuola lontana e senza fondi, essere certi che mentre si lavora in cantiere sotto al sole a 40 gradi i propri famigliari anziani siano seguiti e al sicuro mentre sono ricoverati in un ospedale pubblico: questi sono tutti fattori che riguardano la sicurezza e la prevenzione.
L’Europa se continua su questa strada dovrà rinunciare a raccontarsi al mondo come il baluardo della qualità e della stabilità e accettare che il mercato del lavoro sia diventato un tritacarne anche per via di servizi pubblici inefficenti e sottofinanziati che sono fonte di rischio (anche psicosociale) per i lavoratori dell’Unione.
Il tema non è solo quantitativo, ovvero di quanti soldi si spendono per i servizi pubblici, ma anche un tema di qualità. I soldi vanno spesi per la formazione dei lavoratori in termini di sicurezza e di qualità del lavoro. Anche perché in molti casi il volume di denaro pubblico speso non si è mai ridotto: appalti e privatizzazioni hanno fatto in modo che questi soldi entrino in tasche private che risparmiano sulla sicurezza e sulla qualità dei servizi. Stessi costi, servizi peggiori.
Sono 30 anni che si parla di tagli ed austerità e non smetteremo di parlarne oggi. La sicurezza si costruisce con la cultura della prevenzione, con lo stato sociale, con la formazione non con i miliardi alle armi, non con la militarizzazione delle città. Si edifica una base solida con un’istruzione pubblica e gratuita, con opportunità reali, con una lotta contro la precarietà, contro il lavoro nero, contro lo sfruttamento che ha tolto la vita a Waseem Kham, Amin Fazal Khogjani, Ullah Ismat Qiemi, Safi Iayjad e moltissimi altri come loro.
Insieme ai lavoratori che hanno manifestato a Madrid con il Sindacato europeo dichiariamo che non rinunceremo mai a lottare per un mondo in cui il lavoro sicuro è un diritto e non un’eccezione.

