Infortuni e malattie professionali: evidenze statistiche su lavoratori immigrati in Italia (2019-2023)

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fonte: INAIL


Premessa e obiettivo

Una recente analisi dell’INAIL, riferita al quinquennio 2019-2023, ha messo in luce differenze sostanziali nel profilo di infortuni e malattie professionali tra lavoratori nati all’estero e lavoratori nativi. Lo studio, curato dalla Consulenza statistico-attuariale dell’Istituto, si basa sugli archivi di denunce e sulla banca dati statistica aggiornata al 30 aprile 2024.

L’obiettivo del presente articolo è riassumere le principali evidenze emerse, delineare i fattori associati alla maggiore vulnerabilità dei lavoratori immigrati, e indicare le implicazioni operative per la prevenzione e la tutela della salute sul lavoro.

Dati chiave: incidenza e distribuzione del fenomeno

Secondo i dati analizzati:

  • Sebbene i lavoratori immigrati rappresentino circa il 10% dell’intera forza lavoro occupata in Italia, essi denunciano circa il 20% degli infortuni sul lavoro.
  • L’incidenza degli infortuni registrata tra gli stranieri è pari a circa 31 casi ogni 1.000 occupati, rispetto a 14 ogni 1.000 occupati per i lavoratori italiani nello stesso periodo.
  • Quanto alle malattie professionali, gli eventi denunciati da lavoratori nati all’estero rappresentano una quota significativa: nonostante la minore numerosità rispetto agli italiani, la dinamica di crescita risulta più marcata.
  • I settori maggiormente coinvolti tra gli stranieri sono quelli caratterizzati da maggiore manualità e usura fisica: in particolare le attività manifatturiere e il comparto delle costruzioni.
Fattori di rischio associati alla maggiore vulnerabilità

L’analisi dell’INAIL individua diverse condizioni che contribuiscono a spiegare la maggiore esposizione al rischio da parte dei lavoratori immigrati:

  • Molto spesso gli stranieri risultano concentrati in mansioni a bassa qualifica, che richiedono sforzo fisico, movimentazione di carichi, posture incongrue: elementi che aumentano il rischio di infortuni e patologie muscolo-scheletriche.
  • Le tipologie contrattuali tendono a essere più spesso precarie, con conseguente minor stabilità nel tempo e maggiore frequenza di cambi di mansione o datori di lavoro, elementi che possono ridurre le opportunità di formazione e ambientamento ai protocolli di sicurezza.
  • Le barriere linguistiche e culturali possono limitare l’efficacia delle attività di informazione e formazione in materia di salute e sicurezza, rendendo più difficile per i lavoratori comprendere i rischi e le misure protettive.
  • Inoltre, la mobilità lavorativa e, talvolta, l’irregolarità dell’impiego possono rendere più complessa la denuncia di malattie professionali, in ragione della necessità di collegare l’esposizione lavorativa con la comparsa della patologia in un arco temporale prolungato.
Conseguenze in termini di tutela e criticità

L’analisi evidenzia come la maggiore rappresentanza degli immigrati tra gli infortunati e i malati professionali ponga importanti questioni operative e di tutela:

  • Pur avendo diritto, in caso di infortunio o malattia, alle medesime prestazioni economiche e sanitarie previste per tutti i lavoratori, diverse circostanze ostacolano l’effettivo accesso a tali tutele, tra cui difficoltà nella denuncia e nella documentazione, mobilità, cambi di mansione e datori di lavoro.
  • Le malattie professionali, in particolare quelle che si manifestano dopo un’esposizione prolungata, rischiano di non essere riconosciute se il lavoratore non ha una continuità lavorativa abbastanza lunga, o se l’attività lavorativa si interrompe prima della diagnosi.
  • Ciò può determinare una sottostima del fenomeno e un’inadeguata protezione sanitaria e previdenziale per una parte della forza lavoro particolarmente esposta.
Implicazioni per la prevenzione, la formazione e la politica di tutela

Alla luce dei risultati dello studio, emergono alcune direttrici di intervento utili per migliorare la protezione dei lavoratori immigrati:

  1. Miglioramento della formazione e dell’informazione: è necessario garantire che la formazione in materia di salute e sicurezza sia accessibile anche a lavoratori con competenze linguistiche o culturali diverse, prevedendo materiali in più lingue e modalità formative efficaci per tutti.
  2. Maggiore attenzione ai percorsi lavorativi instabili o precari: le politiche di tutela dovrebbero considerare le caratteristiche delle controsofferenze legate a contratti a termine, cambi frequenti di mansione o datore di lavoro, che rendono più difficile la continuità nella prevenzione.
  3. Monitoraggio statistico e sorveglianza delle disuguaglianze: l’analisi disaggregata per luogo di nascita e nazionalità aiuta a evidenziare eventuali disparità e a orientare interventi mirati. Lo studio dell’INAIL rappresenta un modello utile per questo tipo di monitoraggio.
  4. Garantire l’effettiva accessibilità alle tutele in caso di evento dannoso: promuovere procedure di denuncia e riconoscimento delle malattie professionali accessibili anche per lavoratori con mobilità elevata, e sensibilizzare datori di lavoro e operatori sulla necessità di documentare l’esposizione e la storia lavorativa.
Conclusioni

L’indagine condotta dall’INAIL per il periodo 2019-2023 conferma che i lavoratori immigrati in Italia presentano una vulnerabilità superiore rispetto alla media, con tassi di infortunio sensibilmente più elevati e un’incidenza significativa di malattie professionali. Le cause sono molteplici e concernono sia aspetti strutturali del mercato del lavoro sia barriere socio-culturali.

Per garantire una tutela effettiva della salute e della sicurezza sul lavoro è necessario tenere conto di queste specificità, intervenendo su formazione, prevenzione, monitoraggio e accesso alle tutele, affinché la protezione giuridica e previdenziale sia effettiva per tutte le componenti della forza lavoro.


Gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali degli immigrati
Gli immigrati costituiscono una risorsa per il Paese e contribuiscono in maniera significativa anche a livello occupazionale

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