Dalla strada alla sicurezza: il modello sindacale belga per i lavoratori dei trasporti in Europa

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La presenza di sindacati attivi con rappresentanti specifici per la salute e la sicurezza è il fattore principale, quello che fa la differenza tra una prevenzione autentica e un’applicazione delle regole pro forma e di routine in azienda. [1]

Questa opinione emerge da numerose ricerche e studi che hanno indagato sul nesso tra condizioni di lavoro e presenza dei sindacati in azienda, in particolare dopo l’emanazione e il recepimento della Direttiva Quadro (Cee 89/391) in materia di salute e sicurezza sul lavoro, considerando le disposizioni in essa contenute relative ai diritti di rappresentanza specifica[2].

È interessante quindi conoscere un po’ meglio come si caratterizza oggi la presenza e l’attività del sindacato nell’Unione europea. Abbiamo preso in considerazione un esempio positivo dove l’azione sindacale è stata riprogettata tenendo conto delle difficoltà attuali di reclutamento e quindi di rapporto diretto sindacati lavoratori, con attenzione a specifici settori di appartenenza e dimensione delle imprese.

Siamo in Belgio, che si è rivelato, tra i Paesi europei, il più legato al modello sindacale tradizionale. Si tratta dell’unica nazione dell‘Unione europea che non ha visto un crollo degli iscritti negli ultimi 30 anni, i quali invece sono rimasti piuttosto stabili dagli anni 90 a oggi con una crescita nel 2020. Le ragioni di questa resilienza sindacale sono molte, il Belgio con i suoi porti, hub del commercio mondiale, al contrario del resto d‘Europa non ha visto un calo così netto del settore secondario, tra i più suscettibile, per via della sua tradizionale identità di classe, alla sindacalizzazione. Questo aspetto dell’attività sindacale nel mondo della logistica portuale è emerso in modo netto anche in Italia durante gli scioperi del 22 settembre e del 3 ottobre scorso, guidati in prima posizione dai portuali di Genova, Venezia, Livorno e moltissimi altri porti del Paese. Difatti il settore dei trasporti e della logistica in Belgio non è entrato in una crisi profonda, come è avvenuto con la delocalizzazione in Italia, ma ha continuato ad essere tra i più rilevanti del Paese. Lo stesso hanno fatto i suoi sindacati.

Il Report, curato da Kurt Vandaele e Bianca Luna Fabris, When trade unions learn to innovate. Case study evidence from across Europe – una raccolta di studi sulla sindacalizzazione in Europa pubblicata sul sito dell’Istituto Sindacale Europeo (etui.org) – dedica un capitolo, il quarto, al Belgio ricostruendo il percorso sindacale del Paese con protagonista il Btb/Ubt (Belgische Transportbond/Union Belge du Transport) parte dell’Abvv/Fgtb (Algemeen Belgisch Vakverbond/Fédération générale du travail de Belgique), la Federazione storicamente socialista dei sindacati belgi.

Si tratta di un piccolo sindacato che opera nel settore dei trasporti e della logistica il quale, dal 2000 al 2023, ha più che raddoppiato i suoi iscritti. In diretta competizione con Acv/Csc Transcom (sindacato di tradizione cristiana), che copre trasporti e comunicazione. A differenza di quest‘ultimo il Btb/Ubt ha saputo intercettare lavoratori di imprese non ancora sindacalizzate crescendo a una velocità maggiore. Il picco è stato nel 2020 in concomitanza con la pandemia visto che, al contrario dell’Italia, i sindacati in Belgio continuano a gestire i sussidi di disoccupazione.

Il Report si concentra per lo più sulle innovazioni dal punto di vista organizzativo e d’immagine che hanno permesso al sindacato d’intercettare il maggior numero di lavoratori anche introducendo i temi della prevenzione e sicurezza sul posto di lavoro.

Il settore dei trasporti e della logistica è uno dei settori più esposti a rischi e precarietà soprattutto nell’ambito dell‘autotrasporto a lunga distanza, a causa dei ritmi estenuanti nei magazzini e nella logistica. Oltretutto, il fatto che i lavoratori sono mobili e isolati rende gli incidenti più rischiosi quando accadono. Il sindacato Btb/Ubt si è impegnato oltre che sul tema salariale anche sul tema della sicurezza soprattutto in relazione agli orari di guida e riposo (in modo che vengano rispettate le normative europee) e nella lotta al dumping sociale (l’uso deliberato di lavoratori stranieri sottopagati e non protetti).

Un‘innovazione che il Report trova molto funzionale è quella dei Roadshows: si tratta di un progetto a doppia funzione, una legata alla visibilità del sindacato, l’altra a quella della formazione e alla sensibilizzazione dei lavoratori.

Il Rodshows è una forma di sindacalismo mobile: i sindacalisti si spostano con bus, gazebo e banchetto nei luoghi frequentati dai lavoratori del settore dei trasporti e della logistica (parcheggi, stazioni e aree di sosta), lì offrono caffè e biscotti ai lavoratori così come informazioni e assistenza sindacale, senza passare per i loro datori di lavoro. Si raggiungono in questo modo lavoratori normalmente difficilmente sindacalizzabili, fornendo loro servizi decentrati: che si tratti di pamphlet sui diritti dei lavoratori o di distribuire altri materiali informativi, segnalare abusi o incidenti, puntando soprattutto ai lavoratori stranieri che non conoscono bene le norme di sicurezza, avvicinando la prevenzione alla vita quotidiana dei camionisti.

Il Report descrive questi Roadshows come esempi virtuosi del tradurre la sicurezza e la prevenzione in pratiche quotidiane e comunicative, integrando il tema della salute e sicurezza con quello della giustizia sociale, soprattutto rispetto ai tempi di lavoro che spesso giocano un ruolo centrale nel determinare  incidenti sul lavoro nel settore dei trasporti.

Al centro delle rivendicazioni c’è chiaramente anche un attacco alla concorrenza imposta dalle politiche europee  che comprimono i costi a scapito della sicurezza e della salute dei lavoratori.

Guardando la crescita del sindacato negli ultimi anni credo sia chiaro che questa modalità di portare la sicurezza sul luogo di lavoro, concretamente sul luogo di lavoro, sia funzionale dal punto di vista sindacale, ma dal punto di vista della prevenzione è stato efficace? Il fenomeno è ancora ridotto ed è difficile disporre di dati rispetto alle conseguenze di questa nuova modalità di formazione. Come dichiara lo stesso Report, i Roadshows sono stati però replicati da molti altri sindacati e in molte altre realtà diverse, anche se non è detto che ciò sia avvenuto per l‘impatto che possono avere sulla prevenzione, o piuttosto per emulare la crescita degli iscritti.

Se c’è qualcosa dell‘esperienza dei Roadshows che si può trarre è che la prevenzione non può e non deve rimanere un tema tecnico ma si deve convertire concretamente in azioni sul posto di lavoro anche dove le forme tradizionali fanno fatica ad arrivare.

La direzione presa dal sindacato è estremamente interessante, nelle modalità e negli intenti: lì dove lo Stato e le organizzazioni statali si sono rivelate inefficaci a intercettare un mondo del lavoro sempre più fluido, e di fatto precario, i sindacati possono svolgere un ruolo centrale nel fare formazione e informazione. Conoscere i propri diritti e le norme che regolano il proprio lavoro è un passo importante per una prevenzione dei rischi più efficace. Anche se estemporanea la formazione è fondamentale specialmente per quei lavoratori vittime di dumping sociale: il luogo di lavoro sicuro lo fanno i lavoratori consapevoli e non solo le imprese vincolate da norme e leggi statali o europee.


NOTE

[1]  In Salute, sicurezza e prevenzione dei rischi: verso una migliore informazione, consultazione e  partecipazione nelle imprese. Pubblicato dalla Confederazione europea dei sindacati (ETUC-CES) nel 2013.

[2] Prevention  at the workplace. An initial review of how the 1989 Community framework Directive is being  implemented, Laurent Vogel,  European Trade Union Technical Bureau for Health and Safety, 1994 Bruxelles

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