Torna di attualità il tema dello sfruttamento dei lavoratori nell’ambito di filiere produttive. Trattiamo di uno dei settori più rappresentativi del Paese: il settore della moda.
La Procura di Milano ha chiamato in causa 13 marchi, tra i più prestigiosi del settore, investigando sulle condizioni di lavoro nelle aziende in cui, ormai da decenni, sono state esternalizzate e frammentate le attività produttive vere e proprie.
In realtà, le condizioni di lavoro – e talvolta di vita – dei lavoratori di queste aziende per lo più di piccole dimensioni, sono da tempo oggetto di attenzione di associazioni che seguono il problema a livello internazionale, oltre che dei sindacati di settore: la Campagna abili puliti, da anni, ha mostrato una architettura della produzione fondata su una catena di subappalti, in cui le condizioni di lavoro peggiorano man mano che ci si allontana dall’azienda intestataria del marchio. Lo testimonia lucidamente la dichiarazione di Deborah Lucchetti nell’articolo di Davide Colella: Moda, se il caporalato diventa modello industriale, pubblicato da Collettiva il 4 dicembre scorso.
Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, descrive il fenomeno come strutturale. Non si tratta di qualche imprenditore opaco: i laboratori clandestini, i turni da 12 o 14 ore, le paghe che non raggiungono nemmeno il minimo contrattuale, gli ambienti in cui si dorme accanto ai banchi da lavoro non sono eccezioni. Sono la base di una parte importante della filiera del lusso.
Campagna abiti puliti
La Campagna abiti puliti si impegna a realizzare cambiamenti strutturali e significativi per le lavoratrici e i lavoratori del settore tessile globale.
È una delle quattordici coalizioni nazionali della Clean clothes campaign, di cui è la sezione italiana in Europa, Coordinata da FAIR; vi aderiscono altre otto organizzazioni della società civile: AltraQualità, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Equo Garantito, FOCSIV, Fondazione Finanza Etica, GuardAvanti ETS, Movimento Consumatori e OEW.
La sua azione si sviluppa su vari livelli: sensibilizzazione e coinvolgimento di cittadinə, sindacati e attivistə e pressione su imprese e governi per un’industria della moda che ponga al centro la giustizia sociale, i diritti e la transizione ecologica.
La Clean clothes campaign è un network globale composto da oltre 220 organizzazioni della società civile e del mondo sindacale, in più di 45 paesi, che collaborano attraverso quattro coalizioni in Europa e Asia. Lavora con organizzazioni e campagne gemelle in Nord e Centro America, in Africa e in Australia. La rete lancia campagne e segue casi urgenti per sensibilizzare e mobilitare le persone a sostegno delle richieste di assistenza e solidarietà dei partner internazionali, al fine di risolvere i casi di violazione dei diritti nei paesi di produzione tessile.
Il tema ha inoltre sollevato le critiche delle Organizzazioni sindacali di settore e di Campagna abiti puliti per una quantomeno intempestiva (o forse molto tempestiva?!) iniziativa legislativa che non va certo nel senso di aggredire i guasti dell’attuale struttura produttiva del settore Moda, ma ne rafforzerebbe la divisione di responsabilità che il decentramento produttivo ha fino a oggi garantito. Si tratta del disegno di legge Pmi, che introducendo lo scudo penale per le aziende capofila, trasformerebbe l’attuale dato di fatto (su cui la procura di Milano è potuta però intervenire) in una solida copertura legislativa che meglio garantirebbe le aziende capofila. Queste le dichiarazioni di Campagna abiti puliti:
L’ennesima inchiesta della procura di Milano ha svelato l’altra faccia del lusso italiano : fabbriche nascoste lavoratori pagati pochi euro l’ora turni massacranti e condizioni degradanti. Dietro l’etichetta made in Italy si nasconde un sistema di sfruttamento strutturale dove i grandi marchi si avvalgono di fornitori e subfornitori che violano le leggi e i diritti fondamentali. Ora mentre la magistratura fa luce su questa catena di abusi il Parlamento rischia di fare il passo opposto.
Con il Disegno di Legge sulle Piccole e Medie Imprese (Ddl Pmi), già approvato al Senato, il Governo propone una certificazione volontaria di conformità della filiera che — dietro la facciata della trasparenza — nasconde un pericoloso scudo penale per le aziende capofila, anche in caso di caporalato nella subfornitura.
Questa proposta non tutela il Made in Italy, ma lo tradisce», denunciano le organizzazioni firmatarie che oggi, martedì 11 novembre 2025, lanciano un appello urgente [1] ai deputati e alle deputate: Non votate un testo che legalizza l’impunità dello sfruttamento.
In merito la posizione delle Organizzazioni sindacali di settore è espressa nei cinque punti individuati nella Piattaforma finalizzata a garantire un cambiamento sostanziale nella gestione del settore:
- stop all’emendamento “Salva committenti” e ritiro degli articoli del Ddl Pmi che alleggeriscono la responsabilità dei brand
- sì a una responsabilità solidale piena
- più controlli ispettivi lungo la filiera, anche con indici di congruità per individuare i subappalti a rischio
- applicazione rigorosa del Contratto nazionale in ogni segmento
- tracciabilità etica con certificazione del rispetto dei diritti in ogni fase della produzione. [2]
NOTE
[1] No al caporalato Made in Italy
[2] Comunicato stampa Moda, sindacati: “inchiesta sul caporalato ennesima conferma delle nostre denunce. il governo ci ascolti sulle modifiche al ddl pmi”. La proposta in 5 punti avanzata da Filctem cgil, Femca cisl e Uiltec Uil.

